Gare troppo lunghe: idee per ridurre i tempi di gioco

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La premessa è doverosa all’inizio di questo articolo: sono arrivato al golf tardi, a 49 anni, quindi mi sento meno vincolato all’ortodossia delle regole tradizionali, che ovviamente rispetto. Il golf mi ha subito appassionato, gli ho dedicato tempo e in 8 anni ho partecipato a moltissime gare, forse troppe per le mie capacità tecniche. Ora che mi ci dedico anche per professione, scrivo nella speranza di suscitare un dibattito fra i tanti appassionati con i quali ci confrontiamo spesso e di contribuire comunque al bene del nostro amato sport, tenendo presente che molti altri (penso a tennis, basket, volley, calcio) nel corso del tempo hanno subìto profonde trasformazioni per venire incontro alle mutate esigenze.

Uno dei problemi principali del golf è la lunghezza delle gare, io faccio riferimento a quelle di circolo disputate con formula stableford che ben conosco. Per completare 18 buche servono dalle 4 ore e mezza alle 6 ore: troppe. Si sta giustamente cercando di combattere il gioco lento, ma i risultati sono minimi e non per cattiva volontà dei giocatori. Io credo infatti che le gare diventino più lunghe soprattutto a causa delle carenze tecniche dei golfisti con handicap più alti, che si trovano ad affrontare situazioni di gioco non adeguate alle loro capacità.

Per risolvere il problema si potrebbe provare a modulare il numero di buche in base al calcolo dell’handicap di gioco tenendo conto che la tendenza in atto, a livello mondiale, è di realizzare percorsi più brevi, a 12 buche anziché le tradizionali 18. Facendo riferimento a campi che abbiano un par di almeno 68 colpi, si potrebbe pensare a gare a 9 buche per chi debutta nelle competizioni e i giocatori fino a handicap 32. Il passo successivo, ossia gare a 12 buche, sarebbe riservato a golfisti con handicap da 31,9 a 18,5 compresi, e le gare a 18 buche resterebbero aperte solo a handicap da 18,4 in giù.

Con questo meccanismo si aprirebbe il percorso virtuoso per diventare giocatore da 12 buche e passare poi a giocatore da 18 buche. Lungo questa strada potremmo anche prevedere un altro step, a 15 buche, per tagliare a metà la fascia che va da 32 a 18,5: 12 buche riservate a handicap da 32 a 25 e 15 buche da 24,9 a 18,5.

Nella stessa gara potrebbero essere predisposte fasce orarie diversificate, con le prime partenze riservate ai giocatori migliori impegnati sulle 18 buche e poi, a seguire, handicap più alti su 15, 12 e 9 buche. In questo modo si otterrebbe un altro risultato: concludere la gara quasi in contemporanea anziché far passare anche 5 ore dall’arrivo del primo team a quello dell’ultimo.

L’obiezione potrebbe essere: come si fa a calcolare il nuovo handicap in base al risultato su 12 o 15 buche dal momento che finora il conteggio è previsto solo su 9 e 18 buche? Non lo so, ma credo che sia un problema solo matematico. E, già che ci siamo, vogliamo parlare del metodo di calcolo dell’handicap su 9 buche, che prevede il bonus di 18 punti sulle seconde 9 non disputate? Un’eresia, a mio parere, perché viene dato per scontato che uno giochi al massimo del suo handicap: circostanza che si verifica di rado.

Passiamo al colore dei tee di partenza, una scelta facoltativa che dovrebbe invece essere stabilita secondo regole precise, sempre e solo nelle competizioni con formula stableford. Le gare su 18 buche dovrebbero prevedere partenze obbligatorie dai tee verdi o arancioni per giocatori e giocatrici con handicap da 18,4 a 15 e per i giocatori e le giocatrici da 65 anni in su indipendentemente dal loro handicap.

Sono tutte riforme a costo zero, possiamo discutere e cambiare i confini delle griglie, ma tutte queste innovazioni a mio avviso avrebbero due risultati sicuri: la riduzione marcata dei tempi di gioco e un maggior divertimento dei golfisti amatoriali.

Dopo la premessa, la conclusione: in base al mio attuale handicap di gioco giocherei 18 buche partendo dai tee verdi. E, potessi tornare indietro, inizierei a giocare molto prima, come cercavano di convincermi giornalisti molto più autorevoli di me.

P.S. Queste riflessioni non si applicano al golf giovanile, di altre proposte in materia parlerò semmai in un altro articolo.

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